Dalla lezione di Churchill al Green Deal: perché la sicurezza energetica decide il futuro dell’Italia
La sicurezza è tornata al centro dell’agenda degli Stati. Oggi, la vera leva della sovranità nazionale passa dalla sicurezza energetica: senza energia affidabile e a costi sostenibili, l’economia, la coesione sociale e la capacità strategica dei Paesi restano vulnerabili.
È generalmente riconosciuta a Winston Churchill una delle prime intuizioni moderne di sicurezza energetica. Durante il servizio all’Ammiragliato britannico, Churchill, insieme a John Fisher, valutò i vantaggi strategici del passaggio dal carbone al petrolio per le navi da guerra: meno spazio occupato nelle stive, maggiore efficienza nella combustione, aumento della velocità e della capacità di carico. Una scelta pragmatica, fondata su efficienza, sicurezza e potenza nazionale, non su ideologie o visioni astratte.
All’inizio degli anni Duemila, la Commissione europea definiva la sicurezza energetica come la capacità di «garantire, per il benessere dei cittadini e il buon funzionamento dell’economia, la disponibilità fisica e continua dei prodotti energetici sul mercato ad un prezzo accessibile a tutti i consumatori, nel rispetto dell’ambiente e nella prospettiva dello sviluppo sostenibile». Una definizione equilibrata, che metteva insieme continuità delle forniture, sostenibilità dei costi e tutela ambientale, senza subordinare una dimensione alle altre.
Anche se oggi l’UE non formalizza più una definizione unica, la politica energetica resta governata da tre pilastri concreti: sicurezza delle forniture, accessibilità economica e sostenibilità ambientale. Solo bilanciandoli tra loro l’Europa può ridurre la sua fragilità strutturale di fronte a crisi internazionali.
Nei documenti più recenti della Commissione europea – dal Green Deal a REPowerEU, fino alla politica dell’Unione dell’energia – la sicurezza energetica non è più vista solo come protezione dalle interruzioni delle forniture. Ora include riduzione strutturale della dipendenza dall’estero, rafforzamento della resilienza del sistema e integrazione progressiva delle fonti rinnovabili. Tuttavia, queste ambizioni sollevano interrogativi sulla capacità dell’Europa di coniugare transizione energetica, sostenibilità economica e continuità delle forniture, soprattutto in un contesto geopolitico instabile.
Una fonte autorevole per analizzare questi fenomeni è lo Statistical Review of World Energy. Per decenni curato dal team economico di British Petroleum, il rapporto è ora gestito dall’Energy Institute, organismo indipendente che raccoglie e analizza dati energetici globali. L’ultima edizione, pubblicata il 26 giugno 2025, offre dati aggiornati su produzione, consumi, commercio internazionale ed emissioni relative al 2024.
I numeri confermano una vulnerabilità persistente. Nel 2025, l’UE dipende ancora per oltre il 57% dalle importazioni energetiche; l’Italia, addirittura, continua a importare tre quarti dell’energia che consuma. Una dipendenza che espone il Paese a shock geopolitici e volatilità dei prezzi, rendendo la sicurezza energetica una questione di vera strategia nazionale.
L’Unione europea misura la dipendenza energetica attraverso l’indicatore Eurostat di energy import dependency, che esprime la quota del fabbisogno coperta da importazioni nette. Sebbene i rapporti internazionali più recenti utilizzino indicatori fisici basati sul concetto di Total Energy Supply, le due misure confermano la stessa realtà: l’Europa resta strutturalmente importatrice di energia, soprattutto petrolio e gas.
In questo contesto, la sicurezza energetica non può essere affrontata come un obiettivo astratto o una semplice appendice delle politiche climatiche. Essa richiede scelte politiche fondate sul realismo, sulla tutela dell’interesse nazionale e sulla consapevolezza che senza energia disponibile, continua e a costi sostenibili, non vi è né crescita economica né coesione sociale.
Il Green Deal, REPowerEU e la politica dell’Unione dell’energia rappresentano strumenti importanti. La loro efficacia dipenderà però dalla capacità degli Stati europei di mantenere una visione strategica autonoma, capace di tenere insieme transizione energetica, sicurezza delle forniture e competitività industriale. Senza un approccio pragmatico e una strategia nazionale chiara, la sicurezza energetica resterà solo un obiettivo di carta. L’Europa e l’Italia rimarrebbero esposte a shock internazionali e instabilità dei mercati, indipendentemente dalle ambizioni normative o dai piani di transizione verde.
In questa prospettiva, la posizione conservatrice sulla sicurezza energetica si fonda su alcuni principi chiari: realismo, gradualità e primato dell’interesse nazionale. La transizione energetica non può essere un atto di fede né una scorciatoia ideologica, ma un processo governato, compatibile con la solidità dei sistemi produttivi, con la tutela delle famiglie e con la continuità delle forniture.
Per i conservatori, l’energia non è solo una variabile ambientale, ma un fattore strategico di sovranità, da preservare attraverso diversificazione delle fonti, valorizzazione delle risorse disponibili, infrastrutture adeguate e autonomia decisionale degli Stati. Senza queste condizioni, ogni politica climatica rischia di indebolire l’economia reale e di accrescere le dipendenze esterne.
La sicurezza energetica, dunque, non è un ostacolo alla transizione, ma il suo presupposto necessario. Solo un’Europa capace di difendere la propria autonomia strategica potrà affrontare il cambiamento senza sacrificare stabilità, competitività e coesione sociale. In assenza di questo equilibrio, il prezzo della transizione rischia di ricadere non sui sistemi globali, ma sui cittadini europei.
Da una prospettiva conservatrice, la sicurezza energetica non è un tema tecnico né una variabile accessoria delle politiche climatiche, ma una questione di ordine, stabilità e sovranità. Senza energia affidabile, continua e a costi sostenibili, lo Stato perde capacità di governo, l’economia perde competitività e la società perde coesione.
Il conservatorismo rifiuta l’idea che la transizione energetica possa essere guidata da automatismi normativi o da obiettivi astratti sganciati dalla realtà industriale e geopolitica. La riduzione delle emissioni è un obiettivo legittimo, ma non può essere perseguito a scapito della sicurezza nazionale, della base produttiva e del potere d’acquisto delle famiglie. La politica energetica deve restare una scelta sovrana, fondata sul principio di responsabilità e sul primato del bene comune.
In questa cornice, diversificazione delle fonti, pluralità tecnologica, valorizzazione delle risorse disponibili e investimenti nelle infrastrutture strategiche non rappresentano compromessi, ma pilastri di una transizione ordinata e sostenibile nel tempo. Rinunciare preventivamente a opzioni energetiche affidabili significa esporsi a nuove dipendenze e a nuove fragilità, spesso mascherate da virtù regolatoria.
Per i conservatori, la vera sostenibilità non è quella proclamata nei documenti programmatici, ma quella che regge alla prova delle crisi. Un’Europa energeticamente fragile è un’Europa politicamente debole, costretta a subire decisioni altrui e incapace di proteggere i propri cittadini.
La sicurezza energetica è dunque il terreno su cui si misura la serietà della transizione. Senza realismo, gradualità e autonomia strategica, il Green Deal rischia di trasformarsi da progetto di modernizzazione a fattore di instabilità economica e sociale. Ed è su questo punto che si colloca la linea conservatrice: governare il cambiamento senza perdere controllo, forza e sovranità.
Claudio Rotunno


