NIMBY e politiche energetiche
La transizione energetica è spesso raccontata come una sfida tecnologica o ambientale, ma dietro ai numeri e ai progetti ci sono le persone, le paure e le percezioni che guidano le nostre scelte. In questo articolo (già apparso sul quotidiano il Riformista), il professor Luigi Di Gregorio ci aiuta a comprendere perché anche le infrastrutture più necessarie incontrano resistenze locali, esplorando il fenomeno NIMBY non come semplice egoismo territoriale, ma come effetto di bias cognitivi profondi (ossia distorsioni nel modo in cui interpretiamo la realtà). Dallo status quo all’avversione alla perdita, fino agli inganni della somma zero, l’analisi mostra come la politica energetica del futuro debba saper governare anche le percezioni, e non solo i cantieri.
Claudio Rotunno
La transizione energetica è uno degli obiettivi più condivisi del nostro tempo. Ma quando smette di essere un’idea astratta e prende la forma concreta di un’infrastruttura, il consenso si dissolve. È qui che emerge il fenomeno NIMBY: “not in my backyard” (“non nel mio giardino”).
Ridurre il NIMBY a egoismo territoriale è però un errore. In gioco non ci sono solo interessi locali, ma anche meccanismi cognitivi profondi. Ne elencherò alcuni.
Il primo è il bias dello status quo per cui tendiamo a considerare la situazione esistente come un punto di equilibrio, anche quando è inefficiente. La dipendenza energetica, i prezzi volatili o la fragilità degli approvvigionamenti diventano problemi “normalizzati” e affrontabili, mentre qualsiasi cambiamento viene percepito come un salto nel buio. Ciò che già esiste ci appare meno rischioso non perché lo sia davvero, ma perché ci è familiare.
A questo si aggiunge l’avversione alla perdita, probabilmente uno dei bias più potenti nel plasmare il consenso/dissenso locale. Le comunità non valutano costi e benefici in modo simmetrico. Le perdite percepite – paesaggio, tranquillità, valori immobiliari, tutela ambientale, identità del luogo – assumono un peso psicologico enorme, mentre i benefici diffusi e futuri restano astratti. Un sacrificio certo oggi viene vissuto come intollerabile, anche se serve a evitare rischi più grandi domani.
A rafforzare questo meccanismo interviene anche lo zero-sum bias, la tendenza a leggere le decisioni politiche come giochi a somma zero. Se l’infrastruttura “serve al Paese” e produce benefici altrove, significa che qui resteranno solo i costi. La cooperazione viene reinterpretata come sfruttamento, e l’interesse generale come un vantaggio solo per gli altri.
Il risultato è che le infrastrutture strategiche per la sicurezza energetica e la transizione vengono bloccate non tanto da valutazioni razionali, quanto da scorciatoie mentali perfettamente umane. Ed è proprio perché queste resistenze sono cognitive, prima ancora che politiche, che non possono essere affrontate solo con norme, autorizzazioni o commissariamenti.
Se il problema è anche cognitivo, la risposta non può limitarsi a procedure e dati tecnici. Serve un uso consapevole dei nudge, intesi come architetture della scelta pubblica. Cambiare il modo in cui un’opera viene raccontata, rendere visibili i costi dell’inazione e confrontare le scelte di comunità simili può aiutare a riequilibrare la percezione del rischio senza negare il conflitto. Lavorare sul framing – sulla scelta delle parole e delle immagini – può diventare altrettanto determinante.
La transizione energetica non è solo una sfida tecnologica o ambientale. È una prova di maturità democratica. Senza una politica capace di governare anche le percezioni – non solo i cantieri – il rischio è che la politica energetica del futuro resti prigioniera delle paure del presente.
Luigi Di Gregorio (Professore di scienza politica all’università della Tuscia)


