“Se lo conosci lo ami, se lo ami lo proteggi”: intervista ad Alessandro Botti, Presidente di Ambiente Mare Italia sul futuro del mare
Lei parla spesso del mare come bene comune: cosa significa concretamente questa espressione per le comunità costiere italiane e dove vede oggi le maggiori criticità culturali prima ancora che ambientali?
Beh, in Italia in modo particolare non si può interpretare il mare se non come un bene comune. Con circa 7800 km di coste troppo spesso l’Italia sembra una bella signora distesa con le spalle al mare. Noi dobbiamo tornare a guardare il mare, a vivere il mare e fare del mare anche un momento di unione comunitaria e di sviluppo economico. Io sono convinto però – e per questo ambiente in Italia si impegna molto nella tutela e nella divulgazione di una nuova cultura ecologica – che il mare dia le sue migliori risorse ed esprima meglio le proprie potenzialità se viene tutelato da un punto di vista ecosistemico e del contrasto all’inquinamento. Il contrasto a fenomeni come l’overfishing, l’ampliamento di alcune aree di protezione, di aree marine protette sicuramente aiuta il mare ad esprimere la sua potenzialità e la sua capacità di essere motore di sviluppo per le comunità costiere.
Ambiente Mare Italia investe molto nella formazione delle nuove generazioni. Quanto incide davvero l’educazione ambientale nelle scuole sulla tutela del mare e quali risultati concreti avete osservato sul territorio?
Sì, in realtà nell’ambito scolastico devo dire che non c’è molta attenzione nei programmi scolastici nei confronti delle problematiche ambientali, nonostante se ne parli tanto è l’intervento delle associazioni dall’esterno che – con attività extracurriculari – aiutano la scuola a formare una coscienza civica e una coscienza ecologica nei ragazzi.
Noi, come associazione Ambiente Mare Italia, ma in genere l’associazionismo ambientale italiano è molto presente nelle scuole, perché la transizione ecologica non può essere imposta dall’alto come si è pensato ideologicamente in qualche ambito burocratico o politico. In realtà la transizione ecologica deve nascere da una condivisione di finalità e di missioni. Come dice la parola stessa “transizione”, è un passaggio da una certa posizione a un’altra posizione e quindi comporta uno stress. E chi, meglio dei giovani, può superare quello stress e vivere con abitudini collettive e individuali sempre più ecocompatibili e sempre più ispirate a quei principi dell’economia circolare che sono ancora attuali e concreti. Quindi investire nelle scuole, investire nella coscienza dei ragazzi è fondamentale. Io porto sempre un esempio: noi portiamo molto spesso i ragazzi, dopo aver fatto delle lezioni in aula con i nostri biologi, oceanografi, chimici, a fare delle giornate sulle spiagge, in un parco cittadino per fargli rimboccare le maniche e fare iniziative di beach clean-up, urban clean-up.
Ebbene, queste iniziative – che non hanno un impatto ambientale così significativo, perché noi riusciamo solo a rimuovere lo “zero virgola” dell’inquinamento che l’uomo rilascia nell’impatto antropico – ebbene però quelle giornate hanno l’ambizione di mettere un seme nelle coscienze di questi ragazzi per renderli consapevoli di quali sono le criticità che vengono create a causa di un cattive abitudini dei loro genitori, ma di loro stessi, cioè un consumismo malato. Penso che sia necessario partire assolutamente dai giovani e dalle scuole.
Nel dibattito pubblico si parla molto di strategie globali per l’ambiente. Quanto conta invece la responsabilità delle comunità locali nelle salvaguardia del mare? Può farci un esempio di buona pratica che ha funzionato?
Sì, allora in realtà io non credo troppo in questa visione globale e planetaria della tutela dell’ambiente. Anzi, secondo me è l’origine di molti mali dell’ambientalismo ideologico e contemporaneo.
Quando è nata l’attenzione all’ecologia, al territorio è nata come un’attenzione al territorio di prossimità. A ciò che era il nostro territorio che difendevamo con orgoglio e per una appartenenza che sentivamo forte. Poi negli ultimi vent’anni – complice anche una discussione sul riscaldamento globale, sugli effetti della CO2 (in realtà una discussione per me fortemente alterata purtroppo) – l’attenzione ecologica e ambientale si è spostata dai nostri territori, dai nostri mari, dalle nostre campagne, dalle nostre coltivazioni a problemi che stanno 20.000 km sopra la nostra testa e che riguardano tutto il pianeta.
E questo è stato l’inizio della fine di un certo ambientalismo che, secondo me, è un ambientalismo più corretto, più sano. Dobbiamo tornare ad occuparci dei nostri territori. Ambiente Mare Italia è impegnata intorno a un principio: diciamo sempre “se lo conosci lo ami, se lo ami lo proteggi” giocando anche un po’ col nostro acronimo (Ambiente Mare Italia ha quale acronimo AMI). Si parte dalla conoscenza – e torniamo anche alla domanda precedente – si parte dalla formazione dei giovani, ma anche dei cittadini, affinché persone che conoscono ciò che hanno, ciò che ci appartiene in termini territoriali, in termini urbani, costieri, possano sentire l’amore per quello che hanno e quindi sentire anche l’imperativo categorico di proteggerlo. Occorre riappropriarsi di un’ambientalismo di prossimità non ideologico. Proprio recentemente, lungo un’area protetta, un parco gestito da un’associazione molto lontano dal modo di Ambiente Mare Italia di gestire e di interpretare l’ambientalismo, ho letto su un cartello scritto con la vernice “l’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio”. Ecco, queste sono le aberrazioni della politicizzazione di un argomento che proprio nella politicizzazione rischia di venire svilito e morire. L’ambientalismo, l’ecologia merita un’adesione dal basso, quindi un’adesione comunitaria e collettiva; non va imposto per ideologia – appunto richiamando quel motto sbagliato che ho letto in un parco – perché dobbiamo occuparci delle cose che ci sono vicine e le cose che ci stanno a cuore.
Guardando ai prossimi dieci anni, qual è la priorità assoluta per garantire un mare sano ai nostri figli? Servono più norme, più controlli o un cambiamento culturale?
Rispondo a questa domanda rendendomi conto di non aver risposto a un impulso che mi era stato dato nella precedente, cioè un esempio di una buona pratica.
Allora io voglio dire come il mare si salva se lo consideriamo un ambiente unico, in modo particolare il nostro mar Mediterraneo che in realtà è un lago. Mi si chiedeva prima di una buona pratica. Ebbene la realizzazione di aree marine protette – e quindi di limiti all’utilizzazione del mare solo in alcune zone ben determinate – ecco quello può aiutare il mare, la sua capacità di rinascere, quindi la sua resilienza e permettere al mare di avere delle zone di rispetto in cui si moltiplica la biodiversità, i pesci e altre forme di vita hanno modo di rifiorire e così migliorerebbe anche la pesca e quant’altro. Una buona pratica si verifica ogni qualvolta si istituisce un’area marina protetta e il percorso è sempre quello. In una prima fase c’è una forte opposizione della comunità locale, che interpreta l’area marina protetta come un limite alle proprie possibilità, come un limite alla propria economia. Dopodiché c’è una fase di stabilizzazione in cui i pescatori, gli albergatori, i cittadini di quella realtà costiera si rendono conto che l’area marina protetta non è un vulnus. E poi c’è una fase direi espansiva in cui la gioia e la consapevolezza di quanto l’area marina protetta abbia attirato turismo, migliorato la pesca nelle zone limitrofe, abbia portato ricchezza è la fine di un percorso ormai che Ambiente Mare Italia ha verificato. Per questo io credo che dopo tanti anni che non attiviamo un’area marina protetta sia proprio questa parte politica, questo Governo a potersi intestare l’apertura di alcune aree marine protette. Ne sono convinto. E faccio notare come la cosa non riguarda solo l’Italia, ma dovrebbe riguardare l’intero bacino del Mediterraneo. I nostri volontari vanno spesso a fare dei monitoraggi degli inquinanti sulle spiagge, cioè vanno a verificare quali sono la plastica, gli inquinanti, i contenitori che si trovano sulle spiagge. Pochi sanno che il 20-30% degli inquinanti che stanno, per esempio, in Sardegna e in Puglia provengono da altre zone del Mediterraneo.
Il 30% dei contenitori di plastica che stanno nelle spiagge dell’Oristananese, la costa occidentale della Sardegna, provengono dal Maghreb, quindi dal Marocco, dall’Algeria, dalla Tunisia. Questo significa che il problema della plastica, per esempio, dell’inquinamento del nostro mare è un problema non solo italiano, ma riguarda tutti gli Stati costieri. Quindi, se uno dovesse individuare cosa serve per garantire che il nostro mare sia – nei prossimi dieci anni -ancora un mare sano, bello, da vivere, ricco di pesce e ricco di turismo, bisognerebbe preoccuparsi di ritenere la governance del Mediterraneo, le politiche del Mediterraneo come politiche comuni e non solo di qualche Stato autonomo.
Claudio Rotunno

