La tentazione della decrescita
Il 2 marzo 1972, nella sede storica dello Smithsonian di Washington — la più grande istituzione museale e di ricerca scientifica del mondo, nata nel 1846 da un lascito alla nazione americana —, un gruppo di giovani ricercatori del MIT guidati da Dennis e Donella Meadows presentò un rapporto commissionato dal Club di Roma, il sodalizio internazionale di scienziati, economisti e industriali fondato nel 1968 dall’imprenditore italiano Aurelio Peccei per studiare i grandi problemi dell’umanità. Si intitolava I limiti dello sviluppo e sosteneva, con il linguaggio allora inedito delle simulazioni al computer, che la crescita infinita su un pianeta finito fosse una contraddizione destinata a esplodere. Il libro vendette oltre dieci milioni di copie in più di trenta lingue; un anno dopo, la crisi petrolifera parve dargli ragione. Da allora quell’intuizione ha attraversato mezzo secolo di storia, trasformandosi da avvertimento scientifico in programma politico: la decrescita, teorizzata in Francia dall’economista Serge Latouche e oggi rilanciata da voci autorevoli. Thomas Piketty, con i ricercatori del World Inequality Lab, il laboratorio parigino che studia le disuguaglianze globali, ha proposto nel suo Global Justice Report di ridurre la crescita del PIL pro capite in Occidente a un intervallo tra lo zero e lo 0,5 per cento annuo. E in un appello firmato tra gli altri dal premio Nobel Joseph Stiglitz, la crescita è stata definita «una strategia condannata».
L’argomento ecologico è il cuore di questa proposta: se ogni punto di PIL costa alla terra emissioni, suolo consumato, specie perdute, allora fermare la crescita sarebbe il primo atto di custodia del creato. È una tesi che merita rispetto, perché nasce da una ferita reale: per due secoli il nostro modello economico ha estratto dalla natura più di quanto restituisse. Ma proprio perché la posta in gioco è la terra che lasceremo ai figli, vale la pena esaminarla alla luce dei dati, come ha fatto di recente John Burn-Murdoch, responsabile del data journalism del Financial Times, in un’analisi che smonta, punto per punto, l’impalcatura argomentativa della decrescita.
Il primo pilastro a cadere è proprio quello ambientale, l’inevitabilità del danno. Per generazioni, crescita e inquinamento sono stati sinonimi: più fabbriche, più fumo, più anidride carbonica. Ma quel legame, che sembrava una legge di natura, si è spezzato. In molti paesi avanzati — dal Regno Unito alla Francia, dalla Germania all’Italia — le emissioni scendono mentre il PIL sale, anche tenendo conto delle produzioni delocalizzate all’estero: è il disaccoppiamento, non più ipotesi accademica ma realtà misurabile. La rivoluzione del solare e delle batterie ne è oggi il motore più visibile, e per la prima volta nella storia industriale l’energia più pulita è anche quella più conveniente; ma la lezione vale oltre le singole tecnologie. Il disaccoppiamento è avvenuto dove hanno lavorato l’innovazione e il mercato, non dove ha comandato l’ideologia: si decarbonizza per neutralità tecnologica — solare, batterie, nucleare, biocarburanti — e per libertà di scelta, non per dirigismo normativo, come dimostrano per contrasto i costi che il Green Deal europeo ha imposto alla competitività del continente. Con un dividendo ulteriore, che i conservatori conoscono bene: la sovranità energetica come presupposto della sovranità politica. Anzi, il paradosso è che la decarbonizzazione richiede una stagione di investimenti colossali — reti, accumuli, elettrificazione, ripristino degli ecosistemi — che solo economie in crescita possono permettersi. Una società in decrescita programmata non avrebbe le risorse per finanziare la propria transizione ecologica: consumerebbe meno, ma continuerebbe a consumare nel modo vecchio.
C’è poi il versante umano della questione ambientale. Il legame tra crescita del reddito e riduzione della povertà è uno dei risultati più solidi della ricerca economica, verificato per oltre due secoli in ogni regione del mondo; dove i redditi dei più poveri ristagnano, come nel Regno Unito recente, la causa è l’assenza di crescita, non la sua cattiva distribuzione. E questo riguarda l’ecologia più di quanto sembri: la povertà non è mai stata amica della natura. Chi lotta per la sopravvivenza disbosca, brucia, sovrasfrutta; è la prosperità che consente di rimboschire, proteggere, restaurare. La storia aggiunge un dato che l’ambientalismo anticapitalista preferisce dimenticare: i danni peggiori alla natura li hanno inflitti i regimi illiberali e collettivisti, dall’Unione Sovietica di ieri alla Cina di oggi. Le grandi opere di tutela — i parchi, le bonifiche, il ritorno del bosco su mezza Europa — sono invece figlie di società libere che potevano permettersele. Lo stesso vale per la coesione: la crescita alimenta la fiducia nelle istituzioni, e senza fiducia nessuna politica ambientale di lungo periodo è possibile, perché la custodia del creato chiede sacrifici oggi per frutti che vedranno altri. Una società impoverita e rissosa — la turbolenza politica britannica degli ultimi anni coincide con la stagnazione, non con le disuguaglianze — non pianta alberi alla cui ombra non siederà.
Qui il discorso tocca una corda profonda per chi crede in un’ecologia del radicamento e della responsabilità — quella che Roger Scruton chiamava oikofilia, l’amore per la propria casa, e che Nicola Procaccini ha da ultimo riproposto in L’ecologia dei conservatori. Nel suo libro, Procaccini fa risalire il culto della decrescita a una data precisa: il 1989, l’anno in cui Latouche pubblicò l’opera che lo rese famoso, L’occidentalizzazione del mondo — una spietata contestazione dei valori che definiscono la nostra civiltà, dal capitalismo alla proprietà privata al cristianesimo, dove perfino lo sviluppo sostenibile finisce sul banco degli imputati come una sorta di truffa politica. Per singolare coincidenza, era lo stesso anno in cui crollava il Muro di Berlino: ed «è inequivocabilmente qui, nel 1989 — scrive Procaccini —, che è cominciata la progressiva confusione degli ambientalisti con gli orfani del comunismo». Da quella saldatura nasce l’equivoco che ancora ci accompagna: chiamare decrescita ciò che la storia ha sempre chiamato recessione, «inutilmente addolcita» da un nome nuovo. E la recessione non è mai felice: quando l’economia arretra chiudono le fabbriche, si licenziano i lavoratori, calano i salari, e la prima spesa che si taglia è proprio la cura della natura e del bello. La tentazione della decrescita ha comunque qualcosa di comprensibile, quasi di nobile: il desiderio di fermarsi, di sottrarsi alla frenesia, di proteggere ciò che amiamo dall’ingordigia del presente. E contiene una verità che non va smarrita: il senso del limite, il rifiuto di scaricare sugli altri — e sui figli — i costi del proprio benessere. Ma la vera custodia non consiste nel fermare il tempo: consiste nel governare il cambiamento. Il contadino che ama la sua terra non smette di coltivarla; impara a coltivarla meglio.
La conclusione di Burn-Murdoch è netta: il problema del nostro tempo, per i ricchi come per i poveri, non è l’eccesso di crescita, ma la sua scarsità. Noi aggiungeremmo una sfumatura: non ogni crescita si equivale. C’è una crescita predatoria, che consuma il capitale naturale accumulato in millenni, e c’è una crescita che custodisce, che innova per conservare, che arricchisce il territorio invece di svuotarlo. La sfida ecologica non è scegliere tra crescere e decrescere, ma tra crescere bene e crescere male — o non crescere affatto, che per l’ambiente è forse l’esito peggiore di tutti.
Resta una domanda, che consegniamo al lettore: se la prosperità è la condizione della custodia, quale prosperità vogliamo costruire perché la terra dei figli sia più ricca — di boschi, di fiducia, di futuro — di quella che abbiamo ricevuto?
Claudio Rotunno – www.terradeifigli.it


