Un New Deal dopo il Green Deal
Pubblichiamo l’articolo di Corrado Clini uscito su Il Riformista del 30 agosto 2026.
Claudio Rotunno
Nepal, una geopolitica del clima: un New Deal dopo il Green Deal
Lo scorso 7 agosto National Geographic España ha pubblicato un intervento di Sarah Romero sul “Cambiamento climatico che fece precipitare l’Europa in una crisi alimentare senza precedenti agli inizi del XIV secolo”, che riprende in versione “giornalistica” il lavoro di un gruppo di scienziati della Columbia University pubblicato da Nature il 15 settembre 2020 “A quantitative hydroclimatic context for the European Great Famine of 1315-1317”.
La ricerca della Columbia University rilevò che la grave crisi alimentare “Great Famine” era stata provocata da eventi climatici estremi non previsti (climatic shock) che segnò l’inizio della cosiddetta Piccola era glaciale a partire dalla primavera del 1315 e fino a tutto il 1317. Diversamente dal 1315, noi sappiamo da tempo che i record del 2026 di eventi climatici estremi in Europa non sono inattesi. Copernicus Climate Change, il programma di osservazione della Terra dell’Unione Europea, documenta da almeno 15 anni la “nuova normalità del clima”, con l’aumento della temperatura associato alla maggiore frequenza e intensità di fenomeni estremi (uragani, piogge torrenziali circoscritte in un breve periodo di tempo, inondazioni, ondate di calore, incendi e siccità prolungate) ed allo scioglimento dei ghiacci nella regione Artica e nelle Alpi. Copernicus ha rilevato che la temperatura media in Europa negli ultimi 40 anni è cresciuta del doppio rispetto alla temperatura globale (+ 2,5°C rispetto a 1,4°C).
L’Agenzia Europea per l’Ambiente ha stimato in almeno 800 miliardi di € i danni provocati dagli eventi climatici estremi in Europa tra il 1980 e il 2023, di cui 250 miliardi € tra 2018 e 2023. Secondo l’Agenzia e il Joint Research Center della Commissione Europea, saranno necessari investimenti di almeno 70 miliardi €/anno per i prossimi 20 anni, avendo presente che più si rinviano gli interventi più aumentano i costi che potrebbero raggiungere 140 miliardi € all’anno. Al bilancio dei danni va aggiunto quello delle perdite di vite umane: almeno 440.000, di cui più del 50% nel Sud Europa e nell’Europa Occidentale, prevalentemente a causa di ondate di calore e incendi. Le stime non sono aggiornate agli ultimi due anni, ma i dati provvisori indicano un trend in crescita dei danni. Gli sviluppi della scienza del clima consentiranno la migliore conoscenza delle cause e degli scenari futuri, ma intanto è evidente l’urgenza dell’adattamento e della resilienza dell’Europa alla nuova normalità del clima, a prescindere dalle cause del cambiamento climatico.
La resilienza è oggi prioritaria rispetto alla decarbonizzazione
La speranza di prevenire i cambiamenti in atto con la riduzione delle emissioni è infondata, perché “arrestare tutte le emissioni di gas a effetto serra comunque non impedirà gli effetti dei cambiamenti climatici che sono già in atto e che proseguiranno per decenni”, come ricordato dalla Strategia Europea per l’Adattamento e la Resilienza dell’Europa ai Cambiamenti Climatici approvata nel 2021. Gli interventi necessari sono trasversali a tutti i settori e, diversamente da quanto avvenuto fino ad ora, non servono “pezze” per ristabilire la situazione preesistente ma soluzioni e tecnologie innovative per: modificare gli usi del suolo e proteggere gli ecosistemi naturali; aggiornare le tecniche di produzione agricola con l’impiego di colture resistenti alla tropicalizzazione e al degrado dei suoli; adeguare o rilocalizzare le infrastrutture (acqua, energia, ferrovie e autostrade, reti elettriche) che non reggono l’impatto della nuova normalità del clima; de-cementificare le aree urbane sia per la crescita di vegetazione e forestazione, sia per aumentare il drenaggio delle acque di pioggia; proteggere le coste dall’erosione e dall’innalzamento del livello del mare; proteggere dall’erosione per lo scioglimento dei ghiacciai gli ecosistemi naturali nelle regioni montuose; proteggere le foreste dalle già estese patologie connesse alla combinazione dello stress termico con l’azione di parassiti e insetti, e riforestare le aree devastate dagli eventi climatici estremi; assicurare servizi ben distribuiti e “rifugi climatici” per affrontare le crisi provocate dalle ondate di calore.
Insomma è necessario un programma “imponente” di progetti e interventi per mettere in sicurezza i territori dell’Europa. Attualmente la protezione dei territori è affidata ai singoli Stati Membri. Questa è l’anticamera di un “climate divide” prossimo venturo perché i paesi con maggiore disponibilità potranno attrezzarsi meglio di quelli scarsamente dotati di risorse finanziarie e capacità di debito. È necessaria un’inversione delle priorità del Green Deal, dalla decarbonizzazione alla resilienza dell’Europa: questa è una condizione “chiave” per la sicurezza, la modernizzazione, la sostenibilità e la competitività della nostra economia.
Una nuova strategia europea per la decarbonizzazione e la sicurezza energetica
La decarbonizzazione dell’Europa dal 1990 ha consentito la riduzione delle nostre emissioni del 40%. Attualmente la UE contribuisce al 6,4% delle emissioni globali. Ovvero, la riduzione entro il 2030 del 55% delle nostre emissioni contribuirà ad una riduzione di circa l’1% delle emissioni globali con un effetto marginale sulla concentrazione atmosferica di CO2. Dobbiamo chiederci se oggi è davvero necessario stressare ulteriormente l’economia europea per la riduzione delle emissioni, anche perché il rispetto dei targets del Green Deal costringe l’Europa a importare oltre il 90% delle materie prime e delle tecnologie necessarie con altissimi costi marginali.
Invece di essere condizionata dalla “ossessione” dei targets, l’Europa dovrebbe concentrare le risorse: nella valorizzazione delle nostre competenze scientifiche per la ricerca e sviluppo di soluzioni innovative “low carbon made in Europe” competitive rispetto alle tecnologie esistenti, anche in collaborazione con Cina, India e USA riduzione della dipendenza energetica, integrando le fonti rinnovabili con la crescita del nucleare e con l’aumento dell’estrazione di gas naturale “autoctono”, coerentemente con la “tassonomia verde” approvata nel 2022. In questa prospettiva i targets dovrebbero essere riclassificati come “obiettivi non vincolanti”, con priorità inferiori rispetto alla resilienza ed allo sviluppo delle tecnologie “low carbon made in Europe”. Dopo il Green Deal serve un New Deal per la resilienza, la sicurezza energetica e la competitività dell’Europa.
Corrado Clini


