Il gas che va perso
“Il metano ti dà una mano!”. Nicola Procaccini, nel suo L’ecologia dei conservatori, ricorda di essere cresciuto “negli anni Ottanta e Novanta con gli spot pubblicitari in TV che affermavano con enfasi” quello slogan, quando per il riscaldamento delle case “si riteneva correttamente che la qualità dell’aria ne avrebbe beneficiato”, e aggiunge che il metano “impiega solo dodici anni a dissolversi nell’atmosfera”, mentre l’anidride carbonica “di anni ne impiega migliaia”: “Ergo, credo sia legittimo essere un po’ più benevolenti nei confronti del gas metano rispetto alle altre fonti fossili. Eppure, l’Italia non lo è stata affatto e si è fatta del male da sola”. La produzione nazionale, scrive, ha toccato il suo picco nel 1994 “con 21 miliardi l’anno”, mentre nel 2024 “siamo precipitati a poco più di 2 miliardi di metri cubi”. Se il gas vale tanto, conta anche quello che si perde per strada, ed è di questo che si occupa il regolamento (UE) 2024/1787, in vigore dal 4 agosto 2024, che secondo la sintesi della Commissione detta regole per “la misurazione, la quantificazione, il monitoraggio, la comunicazione e la verifica accurati delle emissioni di metano” e per ridurle “anche attraverso campagne di rilevamento e riparazione delle perdite, obblighi di riparazione e restrizioni al rilascio e alla combustione in torcia”, e che “si applica anche alle emissioni di metano che avvengono al di fuori dell’Unione” per il petrolio, il gas e il carbone venduti in Europa. Quanto valga quella parte lo dice l’Agenzia internazionale dell’energia, che nel Global Methane Tracker 2026 scrive che “circa il 70% delle emissioni di metano dei combustibili fossili” si può abbattere “con la tecnologia esistente” e che “più di 35 milioni di tonnellate potrebbero essere evitate a costo netto nullo”, ai prezzi medi del 2025, perché i costi dell’intervento sono più bassi del valore di mercato del gas; secondo l’Agenzia “quasi 100 miliardi di metri cubi di gas naturale potrebbero essere resi disponibili ogni anno”, e altri 100 “eliminando la combustione in torcia non di emergenza”, mentre dallo Stretto di Hormuz, nel 2025, ne erano passati “circa 110”. Anche la Commissione, nella relazione unita alla proposta di rinvio presentata il 14 ottobre, riporta un dato dell’Agenzia secondo cui nel 2024 sono andati persi “oltre 350 miliardi di metri cubi di gas”, “tre volte l’offerta che la chiusura dello Stretto di Hormuz ha sottratto ai mercati”, e scrive che ridurre quelle perdite “può ampliare direttamente l’offerta di gas disponibile”. Il rinvio, del resto, trae origine proprio da Hormuz. La proposta sposta di un anno i vincoli degli importatori, che dal 1° gennaio 2027 avrebbero dovuto provare che il combustibile comprato con i nuovi contratti è soggetto, presso il produttore, a misure di monitoraggio, comunicazione e verifica equivalenti a quelle europee, e il nuovo articolo 28 inizia ora con le parole “Entro il 31 maggio 2029”. Gli importatori, riferisce la Commissione, “potrebbero non essere in condizione di assicurarsi forniture conformi sufficienti dal 1° gennaio 2027”, e il tempo in più dovrebbe servire anche a completare ciò che manca, perché, si legge nelle domande e risposte pubblicate con la proposta, “è fondamentale che gli Stati membri utilizzino questo calendario più lungo per completare le azioni di attuazione mancanti a livello nazionale”. Il governo italiano aveva chiesto il rinvio, e Giorgia Meloni ha spiegato al Senato che “le nuove prescrizioni previste per gli importatori rischierebbero di restringere ulteriormente l’offerta disponibile e di produrre nuove pressioni sui prezzi”, definendo la decisione della Commissione “un’ottima notizia”, mentre le 53 associazioni dell’Osservatorio europeo della società civile sul metano, fra cui WWF Italia e Legambiente, hanno risposto con una domanda: “come userà l’Europa questo tempo aggiuntivo?”. Il 22 ottobre il Parlamento europeo ha votato, con 341 voti a favore, 225 contrari e 6 astensioni, un rinvio di tre anni, e secondo Eunews gli importatori “avranno tempo fino al 31 maggio 2031 per dimostrare che i contratti di fornitura conclusi o rinnovati dal 4 agosto 2024 prevedono misure equivalenti a quelle stabilite dalla normativa europea”, e grazie alla maggioranza di centrodestra il voto corregge così la proposta della Commissione, che si fermava a un anno, un tempo insufficiente, e consente alle imprese di organizzarsi e pianificare con più tempo a disposizione in quello che Eunews descrive come “un contesto di difficoltà delle forniture globali e di pressione sui prezzi”. Il testo, aggiunge la stessa testata, “dovrà ora essere negoziato dal Parlamento con il Consiglio dell’UE”, dove il giorno prima, in Coreper, i governi non avevano raggiunto un’intesa.
Claudio Rotunno



