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Terre rare e tecnologie, gli affanni dell’Europa contro il potenziale di Cina e USA  - Terra dei Figli Blog
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Terre rare e tecnologie, gli affanni dell’Europa contro il potenziale di Cina e USA 

Terre rare e tecnologie, gli affanni dell’Europa contro il potenziale di Cina e USA 

Nella lunga e spesso folle rincorsa dell’Europa alla transizione ecologica, esiste il rischio reale di condannare il vecchio continente, almeno i Paesi dell’Unione, a una nuova dipendenza. Nel tentativo di ottenere in un colpo solo il passaggio verso la decarbonizzazione, e quindi il definitivo abbandono in pochi anni delle fonti di energia fossili a beneficio di quelle rinnovabili, e un modello di economia e società green e quindi sostenibile sotto il profilo ambientale, la UE rischia di legarsi mani e piedi agli Stati che oggi detengono il quasi monopolio dei metalli necessari per il passaggio alle energie rinnovabili. Minerali e terre rare, con proprietà chimico-fisiche che li rendono essenziali per le nuove tecnologie e modalità di produzione di cui soprattutto la Cina è dotata oppure è in grado di estrarre in diverse parti del mondo, ma non con processi ecosostenibili.

Vediamo da vicino come si configura questo quadro in cui l’Italia, da sempre terra povera di fonti di energia, rischia di correre seri problemi nella agognata rincorsa alla indipendenza energetica che è anche, e prima di tutto, indipendenza politica. E di sicurezza nazionale, naturalmente.

DIAMO I NUMERI

È la Cina oggi a detenere la leadership mondiale in tutta la catena del valore delle terre rare, estraendo il 63% del totale mondiale grazie soprattutto a quanto di estrae dalla miniera Bayan Obo, nella Cina settentrionale. La quota di mercato cinese sale all’85% nella fase successiva della filiera, quella della raffinazione. Altro dato interessante riguarda ancora la Cina, che produce il 90% dei magneti a base di terre rare (l’Unione Europea solo I’1%), un componente fondamentale per veicoli elettrici e turbine eoliche. Cifre simili si incontrano anche per altri materiali, da litio al cobalto al nichel, cui si dovrà ricorrere sempre più per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità ed energie pulite, fissati a livello mondiale. Anche per tutti questi minerali, oggi l’UE dipende dalla Cina che lavora il 35% di tutto il nichel al mondo e il 58% del litio, mentre per il cobalto il 65% della produzione globale è dei cinesi, che lo estraggono per il 70% nella Repubblica democratica del Congo.

LE AZIONI DELLA UE  

Per invertire la rotta e rafforzare le sue catene del valore, l’UE ha varato il Critical Raw Materials Act, con cui punta a rafforzare gli accordi commerciali con Paesi ricchi di materie prime come Canada, Giappone e Vietnam. Risorse aggiuntive saranno poi destinate allo sviluppo di nuove miniere sul territorio europeo e alla riapertura di vecchi siti minerari attraverso l’uso di nuove tecnologie. Inoltre, la Commissione UE ha identificato dipendenze strategiche per sei prodotti chimici (iodio, fluoro, fosforo rosso, ossido e idrossido di litio, biossido di molibdeno e tungstati), importati in gran parte da Paesi eurasiatici. La dipendenza europea non si limita però alla sola estrazione e capacità di lavorazione di materie prime critiche ma anche alle loro trasformazioni in prodotti complessi. È il caso delle batterie elettriche, ognuna delle quali contiene circa 8 kg di litio, 35 kg di nichel, e 14 kg di cobalto. Nella produzione delle batterie elettriche, sei dei primi dieci produttori al mondo sono cinesi, con una quota di mercato del 56%, in costante crescita. L’UE sta cercando di rafforzare la produzione di batterie elettriche e si è posta come obiettivo per il 2025 il raggiungimento di una capacità produttiva pari a circa il 70% della domanda europea di batterie per veicoli elettrici. Servono ingenti investimenti e la creazione di circa 20 giga-fabbriche europee, come quella di proprietà di Northvolt già operativa in Svezia.

Ma c’è un altro problema. Secondo i dati pubblicati online da Forbes (www.forbses.com) relativi a uno studio del Servizio geologico della Finlandia (Gtk), che esamina il volume di metalli necessari per costruire la prima generazione di veicoli elettrici, ad esempio, sostituendo ogni veicolo della flotta globale oggi con uno elettrico, “si stima che una generazione di veicoli elettrici (1,39 miliardi di vetture) richiederà oltre 280 milioni di tonnellate di minerali critici e altri 2,5 miliardi di tonnellate di metalli per progetti di stoccaggio di energia per sostenere un tale aumento del consumo di elettricità”. Ma non esistono al mondo il litio e il nichel necessari a soddisfare una transizione tanto grande in una generazione, e da qui nasce l’idea di rivolgersi ai giacimenti sottomarini. Nei fondali degli oceani, soprattutto, si trovano nichel, cobalto e rame. Potenziali giacimenti di materie prime preziose si troverebbero nel Pacifico, tra Kiribati, le Sporadi e il Messico, ma anche nella zona delle Isole Salomone, nei fondali di alcune aree di Groenlandia e la Norvegia. Meno di un decimo dei fondali marini profondi degli oceani che coprono oltre due terzi della superficie terrestre è ad oggi stato mappato con precisione. Ma l’estrazione di queste materie dai fondali marini è complessa e inoltre si rischia di alterare l’equilibrio degli oceani, fondamentali regolatori del clima, delle temperature e della vita sulla Terra.

Anche nella produzione di energia eolica il rischio è quello di una eccessiva dipendenza da Pechino, che ha una quota di oltre il 70% della capacità globale in ciascuna delle fasi della catena del valore del fotovoltaico, grazie soprattutto a costi di produzione del 35% inferiori rispetto ai corrispettivi europei. La quota di produzione dell’UE è invece marginale, detenendo l’1% della produzione globale di wafer solari, lo 0,4% di quella di celle solari e il 2% della produzione di moduli. Percentuali difficilmente compatibili con gli obiettivi del Green Deal europeo che per essere raggiunti richiederanno all’Europa di triplicare la produzione di energia solare entro il 2030 e di decuplicarla entro il 2050. Non cambia di molto lo scenario di scarsa capacità produttiva della UIE se si prendono in considerazione i semiconduttori. Qui gran parte della catena del valore è appannaggio degli Stati Uniti per quanto concerne i processi di progettazione dei chip e di Taiwan e Corea del Sud nel segmento foundry. La Commissione UE è intervenuta con l’European Chips Act, presentato nel febbraio 2022, con l’obiettivo è aumentare la quota di mercato della produzione di chip dall’attuale 9% al 20% entro il 2030. L’investimento previsto è di 43 miliardi di euro, di cui solo 10 di questi miliardi sono risorse pubbliche che dovranno attrarre investimenti privati.

L’UE è in ritardo rispetto agli Stati Uniti nel campo della cybersicurezza e del cloud computing. Secondo le stime della Commissione, il 90% dei dati europei è attualmente gestito dalle Big Tech statunitensi. Microsoft, Amazon e Google da sole possiedono oltre la metà dei principali 600 centri dati globali. Meno di un quinto sono europei. Per far fonte a questa situazione, l’UE sta lavorando per dotarsi di un’infrastruttura di cloud computing autoprodotta e indipendente dai player americani, attraverso il progetto Gaia-X e la Bussola per il digitale 2030 che pone tra i suoi obiettivi lo sviluppo di 10 mila edge nodes (micro data center per elaborare e memorizzare dati critici localmente).

La Redazione