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Più boschi che campi: i dati che smontano la guerra del Green Deal agli agricoltori - Terra dei Figli Blog
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Più boschi che campi: i dati che smontano la guerra del Green Deal agli agricoltori

Più boschi che campi: i dati che smontano la guerra del Green Deal agli agricoltori

C’è una notizia che, da sola, vale più di mille slogan: l’Italia è diventata una nazione forestale. I boschi hanno superato i 100.000 chilometri quadrati, coprono oltre un terzo del territorio e dal 2020 hanno sorpassato perfino la superficie agricola utilizzata, cosa che non accadeva dal Medioevo. Non è il ritratto di un Paese che si desertifica: è quello di un Paese che, semmai, si sta riempiendo di verde.

Il dato è certificato dal rapporto “Foreste in Comune” di PEFC Italia, e andrebbe letto soprattutto per ciò che smentisce. Per anni una narrazione allarmistica ha descritto l’ambiente come in declino perenne e irreversibile per colpa dell’uomo; su quella narrazione si è retto buona parte dell’impianto ideologico del Green Deal europeo. È la lettura che ne ha dato anche Nicola Procaccini, co-presidente del gruppo ECR al Parlamento europeo, commentando il rapporto: numeri che, ha scritto, «smentiscono clamorosamente la propaganda allarmistica» usata per giustificare politiche calate dall’alto e, in particolare, la guerra dichiarata dalla Commissione ad agricoltori e allevatori.

Il nervo scoperto è proprio questo. Nella scorsa legislatura europea si è imposta l’idea che la tutela dell’ambiente dovesse passare per la demonizzazione dell’agricoltura, trattata come una delle cause dell’inquinamento e della deforestazione anziché come uno dei suoi più antichi presidi. I numeri raccontano l’esatto contrario. In Italia, nel saldo complessivo, non si abbattono foreste: se ne formano di nuove, al punto che il bosco ha ormai superato i campi coltivati. La deforestazione che si voleva combattere a colpi di regolamenti, in casa nostra, semplicemente non si vede.

C’è però un secondo livello di lettura, che rende l’argomento ancora più solido. Buona parte di questa espansione, lo confermano le fonti tecniche, è il frutto dell’abbandono di campi e pascoli di montagna a partire dal boom economico: dove il contadino e il pastore se ne sono andati, il bosco è tornato a prendersi lo spazio. Sembra un lieto fine, e in parte lo è. Ma si tratta in larga misura di boschi nuovi, non pianificati né gestiti, più esposti agli incendi e al dissesto idrogeologico — mentre l’Italia, pur ricchissima di foreste, resta tra i maggiori importatori di legname d’Europa.

È la prova, semmai, che l’agricoltura non è la nemica della natura, ma la sua forma più antica di manutenzione. Un versante coltivato o pascolato è un versante presidiato; un versante abbandonato diventa, troppo spesso, una polveriera in attesa dell’estate. Non a caso la sola provincia di Bolzano, che da tempo sostiene economicamente l’agricoltura di montagna, non ha conosciuto lo stesso abbandono dei suoi terreni. Espellere l’agricoltore in nome dell’ambiente è un autogol ecologico prima ancora che economico.

È esattamente lo sguardo dell’ecologia conservatrice: l’uomo non come predatore da allontanare dalla natura, ma come custode che la abita e la governa. Lo stesso rapporto, del resto, ricorda che le foreste vanno pianificate, gestite e valorizzate, e che in questo le comunità locali fanno la differenza. La buona notizia, allora, è doppia: l’Italia è molto più verde di quanto la propaganda volesse far credere, e ci ricorda che la natura non si difende cacciandone l’uomo, ma restituendogli il ruolo che gli è più congeniale: quello del giardiniere, non del nemico.

Claudio Rotunno

www.terradeifigli.it

La Redazione