L’ecologia dei conservatori e il ritorno della natura nell’epoca del Green Deal
Pubblichiamo la recensione di Costantino Pistilli uscita sul Riformista e dedicata a L’ecologia dei conservatori. Il ritorno al sacro della natura di Nicola Procaccini.
Claudio Rotunno
Bruxelles aveva preparato la transizione verde con tutto il necessario: obiettivi, scadenze, regolamenti e una discreta quantità di certezze. Poi è arrivato il conto. Anche le rivoluzioni, nei palazzi europei, prima o poi finiscono davanti a un foglio Excel. Il 16 settembre i governi dell’Unione hanno concordato maggiori quote gratuite di CO2 per proteggere l’industria energivora. L’intervento vale circa 6 miliardi di euro. Due giorni prima i grandi produttori europei di camion avevano chiesto tre anni in più per raggiungere gli obiettivi sulle emissioni del 2030: appena il 2,4% dei nuovi mezzi pesanti venduti è oggi a emissioni zero.
Gli obiettivi climatici restano. È cambiata la conversazione. Competitività, industria, neutralità tecnologica e sicurezza energetica siedono ormai allo stesso tavolo della decarbonizzazione. Bruxelles deve fare i conti con la capacità dell’Europa di produrre e competere. Difficile trovare un momento più adatto per leggere “L’ecologia dei conservatori. Il ritorno al sacro della natura”. Nicola Procaccini, copresidente dei Conservatori e Riformisti europei, lo ha pubblicato con Giubilei Regnani e una prefazione di Giorgia Meloni. Tecnologia, industria, agricoltura, nucleare e libertà attraversano un libro che prova a restituire all’ambiente una genealogia politica diversa da quella dominante negli ultimi decenni.
Procaccini parte da Roger Scruton e dalla sua oikophilia, l’amore per la casa. Casa significa territorio, paesaggio, comunità, patrimonio ricevuto e responsabilità verso chi verrà dopo. “Conservare”, del resto, è un verbo sorprendentemente ecologista. Si conserva un bosco, una costa, la fertilità della terra, l’acqua. Per decenni la sinistra ha occupato quasi interamente il vocabolario verde. Procaccini recupera una tradizione diversa e la porta nell’Europa di oggi. La sua ecologia tiene l’uomo al centro e affida un ruolo decisivo all’innovazione. Il nucleare torna nella discussione sull’autonomia energetica. Gli agricoltori sono custodi del territorio oltre che produttori. La crescita può finanziare tecnologie più pulite. La tutela ambientale entra nella fabbrica anziché fermarsi davanti ai suoi cancelli. L’Europa del 2026 rende queste idee molto concrete. L’industria affronta energia costosa e concorrenza cinese mentre finanzia la decarbonizzazione. L’automotive scopre quanto sia complicato trasformare per decreto un mercato costruito in un secolo. Bruxelles riscopre una verità antica: una legge può essere scritta in pochi mesi; una centrale, una rete elettrica o una filiera industriale richiedono più tempo.
Il cuore del libro sta nel modo in cui Procaccini porta Scruton dentro questi problemi. Oikophilia diventa un’ecologia che tiene insieme territorio e comunità, innovazione e impresa, risorse naturali e lavoro dell’uomo. Proteggere ciò che abbiamo ricevuto significa assumersi la responsabilità di ciò che lasceremo a chi verrà dopo. Procaccini la definisce «tradizionalista e innovatrice, pragmatica e trascendente, liberale e identitaria». Una formula che oggi suona meno teorica. Mentre Bruxelles ricalibra alcuni strumenti della transizione, “L’ecologia dei conservatori” dà una cornice culturale a idee che hanno conquistato spazio nella politica europea. Scruton la chiamava oikophilia. Procaccini la porta nell’Europa del Green Deal, dell’energia e della competizione industriale. E la provocazione più riuscita è già nel titolo: dopo anni trascorsi a dividere conservatori e ambientalisti, “conservare” era sempre stato lì, proprio in mezzo alla parola.
Costantino Pistilli


