Il ritorno del nucleare e l’autonomia energetica dell’Italia
A fine settembre, a quasi quarant’anni dal referendum del 1987 che dopo l’incidente di Chernobyl aveva fermato il nucleare in Italia, il Senato ha approvato in via definitiva, con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astenuti, la legge delega sull’energia nucleare sostenibile presentata dal ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, che la Camera aveva già votato il 4 giugno. Lo stesso ministro ha riassunto il senso del voto osservando che “dopo quasi quarant’anni, l’Italia torna ad avere un quadro di regole” (Euronews).
È chiaro che – trattandosi di una delega – le regole definitive saranno scritte dal Governo, il quale ha dodici mesi dall’entrata in vigore della legge per adottare uno o più decreti legislativi; ciascuno dei quali, proposto dal ministro dell’Ambiente di concerto con gli altri ministeri competenti, dovrà ottenere l’intesa della Conferenza unificata e passare dal parere del Consiglio di Stato e delle Commissioni parlamentari, che avranno rispettivamente quarantacinque e trenta giorni per pronunciarsi. Il Governo potrà intervenire con correttivi e integrazioni entro due anni dall’entrata in vigore di ciascun decreto. Pichetto Fratin punta a chiudere la proposta dei decreti entro la fine dell’anno e colloca verso il 2033-2034 l’avvio dei primi impianti.
Quanto ai contenuti, la delega chiede di definire un Programma nazionale per lo sviluppo del nucleare sostenibile e della fusione, che concorra alla neutralità carbonica e alla sicurezza e indipendenza energetica del Paese, e lega la nozione di sostenibilità ai criteri della tassonomia europea. Il principio di fondo è quello della neutralità tecnologica: i decreti individueranno le tipologie di impianti ammessi fra le migliori tecnologie disponibili, comprese quelle modulari o avanzate come i piccoli reattori modulari (SMR) e i reattori modulari avanzati (AMR), e dovranno disciplinare anche la produzione di idrogeno e calore da fonte nucleare, la fusione, la disattivazione degli impianti esistenti, la gestione dei rifiuti radioattivi, le misure a favore dei territori che ospiteranno gli impianti e la formazione di tecnici e ricercatori. Sul fronte dei controlli il testo prevede il riordino delle funzioni di sicurezza, vigilanza e controllo, “anche al fine di valutare l’istituzione di un’autorità amministrativa indipendente per la sicurezza nucleare”. Restano invece da sciogliere la scelta dei siti, per la quale manca ancora una procedura consolidata, e il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, un dossier fermo da anni.
Da Bruxelles il voto è stato commentato da Nicola Procaccini, eurodeputato di Fratelli d’Italia e co-presidente del gruppo dei Conservatori e Riformisti europei, per il quale la legge “rappresenta per l’Italia un tassello fondamentale della strategia del governo Meloni per la sicurezza energetica”, perché “l’obiettivo non è semplicemente produrre più energia, ma costruire le condizioni per una vera autonomia energetica del nostro Paese e prezzi energetici migliori per famiglie e imprese”. Un’autonomia che per Procaccini ha anche un significato politico, dal momento che “significa capacità strategica di essere indipendenti, anche politicamente, di non essere condizionati dalle dipendenze esterne”, e alla quale si arriva con un mix in cui “il nucleare, insieme alle rinnovabili, è parte di questo percorso”.
Una lettura favorevole arriva anche da Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, che all’indomani del voto della Camera aveva parlato con il Dolomiti di “una svolta a livello politico”, pur ricordando che per arrivare alle prime centrali resta “un Everest da superare”. Per Tabarelli “di fronte al cambiamento climatico, il nucleare è l’unica soluzione”, e va affiancato alle rinnovabili, che per la loro intermittenza non possono bastare da sole. Quanto alla paura che ancora accompagna l’atomo, il presidente di Nomisma Energia la considera “il nodo principale”, e ricorda che il nucleare, “come confermano moltissimi dati, a partire da quelli dell’Organizzazione mondiale della sanità, si conferma ad oggi tra le fonti di produzione elettrica primaria che causa in assoluto meno morti”.
Sulla tecnologia, Tabarelli guarda con favore ai piccoli reattori modulari, “reattori a fissione di dimensioni più piccole rispetto ai precedenti, che permettono di abbattere i costi grazie alla produzione in serie mantenendo alti livelli di controllo e di sicurezza”, pur avvertendo che il modello d’Oltralpe (56 reattori che, ricorda Tabarelli, coprono circa due terzi della produzione di energia elettrica) non è replicabile: “L’Italia non può certo puntare a essere la Francia”.
Claudio Rotunno


